Psicologa

Il colloquio clinico

Il colloquio clinico prevede una certa ciclicità, ovvero ogni incontro, sia esso il primo o quelli successivi, prevede diverse fasi che si ripetono: accoglienza (ciò che Semi chiama “preliminari”), motivazione (“inizio e riconoscimento”), lavoro (“fase libera”), chiusura e separazione (“valutazioni della fase libera e conclusione”).

Il colloquio clinico è, tra tutti i colloqui possibili (di orientamento, di selezione, di valutazione, di affidamento, di adozione, penale, etc..), quello che porta in sé il maggior numero di variabili.  Molto importanti e da tenere presenti nel colloquio clinico sono:

  •  spazio;
  • tempo;
  •  linguaggio verbale;
  •  linguaggio non verbale;
  • motivazione del colloquio.

Le variabili legate allo spazio e al tempo sono più facilmente controllabili da chi conduce il colloquio: arredamento della stanza, durata del colloquio, etc. Ciò che invece dipende da una maggiore esperienza del terapeuta, o comunque del professionista che conduce il colloquio stesso, sono le altre variabili elencate.

Per quanto riguarda il linguaggio verbale secondo Semi “…….. il linguaggio che si adopera durante il colloquio è quello del paziente” il che significa che il nostro atteggiamento deve essere accogliente ed empatico evitando perciò di utilizzare una terminologia tecnico-scientifica. Anche nella fase della chiusura, momento in cui al paziente vengono restituiti in maniera più chiara tutto – o una parte -  del materiale che egli ci ha presentato, o gli viene fatto notare l’assenza di un qualche elemento fondamentale, sarà un qualcosa formulato quanto più possibile nel suo linguaggio.

A volte, può essere utile utilizzare un linguaggio tecnico per raffreddare la situazione che può presentarsi come molto carica di contenuti emotivi, oppure per dimostrarsi “l’amico che ne sa di più”.

La difficoltà che porta con sé la variabile del linguaggio verbale durante un colloquio clinico è quindi riassumibile nella necessità di saper fondere la propria tecnica personale, il proprio stile personale che ci contraddistingue e che non deve essere trascurato, con la tecnica del colloquio. Solamente così si potrà ottenere uno stile comunicativo che consente al paziente di sentire che ha di fronte una persona disponibile, sinceramente incuriosita e che utilizza molti mezzi tecnici (che riesce così a diventare l’amico che ne sa di più).

Anche il linguaggio non verbale è una variabile estremamente importante nel colloquio clinico. Molte informazioni ci provengono dal modo di vestire del cliente, dal suo aspetto esteriore, dal suo atteggiare il volto, dal suo modo di presentarsi, di gestire, di accompagnare le parole o il silenzio, ma interpretare ciò che dicono gli occhi, le mani il corpo è ancora più arduo che interpretare le parole. A volte per decodificare un’impressione colta in attimo a proposito di un gesto, di un tic, di uno sguardo, avremo bisogno di molto tempo e di grande attenzione. Oltre a ciò dobbiamo anche ascoltare il nostro linguaggio non verbale poiché da esso possiamo avere ancora ulteriori informazioni, come ad esempio la tollerabilità o meno del paziente. Il colloquio è infatti una relazione tra due persone: non esiste la neutralità nel colloquio, poiché anch’ io esercito un’influenza sull’altro. Non posso fare altro che essere consapevole di questa influenza che esercito, mi è invece impossibile evitarla.

Un bravo professionista è in grado di fare emergere molti elementi da un colloquio, ma il suo compito non si è ancora concluso: tutti gli elementi che emergono vanno poi analizzati e valutati molto velocemente per poter effettuare una restituzione o una chiusura adeguata, anche perché il paziente, uscendo, deve avere ricevuto almeno quanto ha dato (ciò che Semi chiama “regola della reciprocità”). Giungere ad un’immagine soggettiva (cioè nostra) del paziente è la base indispensabile per poter ragionare sul paziente stesso. Questo, a mio avviso, è la parte più difficile del colloquio: essere in grado di mettere insieme tutti gli elementi che il paziente, in modo conscio o inconscio, ci ha fornito per poter realizzare un piano di lavoro adeguato.

Il terapeuta può proporre diversi piani di lavoro: il primo caso tipico di proposta è quello che consiste nel chiedere un altro colloquio per chiarire meglio la situazione; un secondo caso tipico è quello di proporre un trattamento diverso da quelli che siamo in grado di condurre di persona; un terzo caso tipico è quello di offrire al paziente la possibilità di seguirlo o trattarlo noi stessi.

Occorre ricordare, in sintesi, che:

  • con il colloquio si ha solamente l’illusione di una caccia alla realtà obiettiva (anche se una persona impiegasse tutto il tempo del colloquio per illustrarci minutamente la sua storia, questa sarebbe solo la sua personale interpretazione di quella storia. Se la persona raccontasse invece delle menzogne, non sarebbe comunque capace di spersonalizzare talmente il racconto da evitare di dirci qualcosa di sé);
  • il colloquio clinico,  dal punto di vista psicodinamico, è un momento irripetibile ed analizzabile solo a posteriori (si basa sull’osservazione dell’hinc et nunc);
  • il silenzio che compare nel colloquio è sempre fonte di ansia e va interrotto cercando però di evitare di riempirlo con cose che ci appartengono (magari dimostrando di essere bravi professionisti o che il nostro contributo può essere utile al cliente..). In alcuni casi il silenzio può però essere  un momento “pieno”, quando ad esempio la persona sta riflettendo o rielaborando quello che gli si è proposto;
  • spesso la persona che abbiamo davanti vuole semplicemente parlare del sintomo, mentre i nostri obbiettivi devono essere differenti (diagnostici o terapeutici);
  • attraverso il colloquio clinico indago diversi momenti: il passato(anamnesi storica e anamnesi vissuta), il presente (i 3 compiti vitali) e il futuro (come il paziente si rappresenta il futuro influenza il presente);
  • durante il colloquio occorre essere chiari e sinceri. Ad esempio, nel caso in cui si proponga un percorso terapeutico, occorre spiegare che la terapia funziona per accumulo e non per miglioramento ( come per l’antibiotico succede qualcosa improvvisamente e non in maniera graduale), questo è un aspetto della terapia che può essere particolarmente difficile da sopportare da parte del paziente poiché non è possibile osservare durante la terapia un miglioramento graduale che potrebbe fungere da rinforzo.
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