Psicologa

Il dramma del bambino dotato

Autore: Alice Miller
Titolo: Il dramma del bambino dotato

Editore: Bollati Boringhieri, Torino, 1990

Il volume, scritto da Alice Miller, psicoanalista che piano piano si è distaccata dalle posizioni della psicoanalisi tradizionale impostando un proprio modo di concepire e praticare la psicoterapia, è uscito per la prima volta nel 1979.

Per l’autrice “il dramma del bambino dotato” (quello che è l’orgoglio dei suoi genitori) ha origine nella sua capacità di cogliere i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi, mettendo a tacere i suoi sentimenti più spontanei (rabbia, indignazione, paura, invidia) che risultano inaccettabili ai “grandi”. In tal modo viene soffocato lo sviluppo della personalità più autentica e il bambino soffrirà di insicurezza affettiva e di una sorta di impoverimento psichico.

Da adulto, secondo l’autrice, sarà depresso oppure si nasconderà dietro ad una facciata di grandiosità maniacale: il senso di vuoto, la mancanza di senso nella vita, la paura della solitudine, la depressione per la Miller sono l’espressione per la perdita di sé che prende avvio nell’infanzia e le due forme possibili sono la grandiosità, cioè la difesa conto il dolore per la perdita di noi stessi e la depressione che è l’altra faccia della stessa medaglia.

Molte persone che entrano in analisi presentano disturbi e soffrono per gravi depressioni eppure la loro infanzia è stata felice e protetta da genitori incoraggianti. Orgoglio dei genitori, capaci di raggiungere ogni obiettivo, costoro sono inclini ai sensi di colpa ogni volta che sentono di aver tradito l’immagine ideale di se stessi. Si tratta spesso di persone incapaci di sentire i propri reali bisogni, capaci di costruirsi l’illusione della buona infanzia. Il clima psichico dell’infanzia di questi soggetti può essere ricondotto alle carenze di considerazione e dei sentimenti e delle proprie sensazioni fin dalla più tenera età, una carenza narcisistica che li porterà poi per tutta la vita a cercare ciò che i loro genitori hanno fatto loro mancare, cioè qualcuno che li ammiri e li apprezzi. Ciò è tanto più vero se si pensa che nella storia di questi pazienti si riscontra spesso una madre o entrambi i genitori insicuri sul piano emotivo che presentava al bambino un’immagine di durezza autoritaria necessaria per il proprio equilibrio narcisistico: a tale bisogno rispondeva il bambino con una sorprendente capacità di adattamento tale da garantire a lui stesso l’idea che si aveva bisogno di lui e di conseguenza l’assicurazione di esistere.

La fenomenologia di quello che una volta era chiamato in psicoanalisi disturbo narcisistico secondo la Miller è da ricercarsi nell’adattamento del bambino all’impossibilità di vivere in modo cosciente i sentimenti di gelosia, invidia, ira, abbandono, impotenza, paura. Eppure spesso si tratta di persone sensibili e dotate che però non hanno avuto modo di esperire questi sentimenti per paura di ferire la madre, renderla insicura, comprometterne il potere o minacciarne l’equilibrio. Un bambino può vivere tali sentimenti solo se c’è un adulto che lo accetta, lo comprende e lo asseconda altrimenti tenderà a non viverli affatto mettendo in atto nella sua vita da adulto inconsciamente situazioni in cui far rivivere i sentimenti che all’epoca erano appena abbozzati ma senza che sia comprensibile il contesto originario.

I meccanismi di difesa in questo senso offrono esempi di strategie che il paziente mette in atto

per proteggersi dal sentimento di abbandono provato durante la prima infanzia (la negazione, la trasformazione della sofferenza passiva in comportamento attivo, lo spostamento su altri oggetti, l’introiezione, l’intellettualizzazione cui si accompagna sempre la rimozione della situazione originaria e dei sentimenti ad essa connessi che emergeranno solo dopo anni di analisi).

Winnicott ebbe a definire FALSO SE’ l’adattamento ai bisogni parentali (l’individuo non si limita a mostrare ciò che gli viene richiesto ma si fonde con esso): i genitori hanno trovato nel Falso sé del bambino la desiderata conferma, un sostituto delle loro strutture mancanti e il bambino, che non ha

potuto crearsi strutture proprie dipende prima consciamente e poi inconsciamente dai genitori.

Questo schema ci consente di comprenderne un altro, che si ripete quasi costantemente, nella storia personale di coloro che da adulti presentano problemi di carattere psicologico:

  • la madre quasi sempre era profondamente insicura di se stessa sul piano emotivo e affettivo; il suo equilibrio psicologico molto spesso dipendeva dal bambino, o dai comportamenti o dai modi di essere del bambino; questa insicurezza spesso veniva nascosta dietro una facciata di sicurezza autoritaria che creava in famiglia atmosfere raggelanti, specie per il più debole, cioè il bambino stesso;
  • a questo bisogno della madre, o di entrambi i genitori, corrispondeva una sorprendente capacità del bambino “dotato e precoce”. Il bambino dotato, é un bambino intelligente, dotato soprattutto di quella particolare sensibilità, che gli permette di intuire e spesso prevenire, ciò che da parte dei genitori viene richiesto per il mantenimento dell’ equilibrio familiare;
  • in questo modo il bambino si assicurava l’”amore” dei genitori, avvertiva che di lui si aveva bisogno, e legittimava la propria vita nel soddisfacimento dei bisogni dei genitori.

Questo bambino, divenuto così “bravo ed obbediente”, non si rende conto di aver commesso tre gravissimi errori:

  • aver scambiato per amore verso se stesso la parvenza di amore che gli é stata data; non é stato amato per chi era veramente, ma solo per cosa faceva o peggio é stato usato come pedina nella lotta mai risolta per il dominio in famiglia, che si combatte tra padre e madre: il bambino alleato della madre contro il padre o viceversa;
  • aver imparato fin da piccolo a tenere nascosto e poi soffocare e perdere il suo vero io, per paura di perdere l’”amore” della mamma; aver costruito così una falsa immagine di se stesso, un “falso sé” che non corrisponde alla vera personalità dell’individuo e che, come una maschera troppo stretta, lo soffoca;
  • aver perso o meglio, non aver acquisito, la capacità di provare emozioni autonome e quindi la capacità di una autentica comunicazione.

Questa capacità infatti, in una famiglia stabile e normale, si forma nella prima infanzia, quando i genitori permettono al bambino di esprimere le sue emozioni ed i sentimenti, rassicurandolo che, qualsiasi cosa dica, non gli farà perdere l’amore ed il sostegno dei quali ha bisogno.

Secondo la Miller uno dei cardini del lavoro psicoanalitico è che i pazienti con disturbi narcisistici arrivino ad una comprensione emotiva del fatto che tutto l’amore che si erano conquistati con tanta fatica non riguardava affatto l’individuo che essi erano in realtà ma solo il prodotto che erano

in grado di dare e non il bambino in sé.

La Miller si sofferma sul metodo utilizzato a questo scopo: attirare l’attenzione del paziente sul suo modo di trattare i propri sentimenti, fargli notare che egli tende a minimizzarli, che non riesce a percepirli, che li valuta in relazione a come li vivranno gli altri. Una volta conseguito l’obiettivo di prendere sul serio i propri sentimenti il paziente comincia a sperimentare che può provare sentimenti senza che accadano fatti irreparabili e l’analista offre il territorio di prova e di confronto. Quanto più i sentimenti primitivi vengono ammessi e vissuti e tanto più il paziente si sente forte e capace di vivere anche le ambivalenze della prima infanzia.

Tutto questo non é facile, perché‚ implica la rinuncia ai ricordi di copertura e alle false immagini di sé, che hanno costituito fino a quel momento, la struttura della persona.

Si innescano così tutta una serie di processi e di meccanismi psicologici che aprono la strada alla vera crescita della persona:

  • il recupero dei sentimenti autentici e della propria autentica personalità;
  • la legittimazione a provare ed esprimere le proprie emozioni anche se in contrasto con le persone amate;
  • la comprensione che amare una persona significa vederla per quello che veramente é nel bene e nel male;
  • la conseguente accettazione di provare sentimenti contrastanti ed ambivalenti verso le persone amate, senza aver paura di perderle;
  • la creazione di una relazione adulta ed indipendente coi genitori;
  • il rispetto verso se stessi e gli altri.

 

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